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Cosa significa difendere il paesaggio. La lezione di Croce e il legame tra natura, cultura e intervento umano

di Italia Libera   
Cosa significa difendere il paesaggio. La lezione di Croce e il legame tra natura, cultura e intervento umano

Che cos’è il paesaggio? E che cosa significa difenderlo? E quando si parla di paesaggio a quale parte d’Italia si fa riferimento? Se si risponde: a tutta l’Italia, si risponde correttamente. La nozione moderna di paesaggio ha 103 anni, ma è più che moderna: attualissima. Il merito va a Benedetto Croce, all’epoca ministro dell’Istruzione. E su questa sua concezione è fondata tutta la legislazione italiana in materia di tutela del paesaggio. Quello che segue è un illuminante estratto di un libro, “La concezione crociana di paesaggio nel diritto contemporaneo” di Paolo Carpentieri, Carlo Iannello e Giancarlo Montedoro (Editoriale Scientifica, 2023) che attraverso il percorso di un’idea di grande visione culturale

di CARLO IANNELLO

Estratto su gentile concessione dell’editore

LA TESI CHE cercherò di dimostrare è che la moderna nozione, culturale e giuridica, di paesaggio, nitidamente disegnata da Benedetto Croce nella relazione al disegno di legge n. 204 del 1920, presentato dal filosofo quando ricopriva la carica di Ministro dell’Istruzione, non solo è ancora attualissima (nel senso che il concetto di paesaggio, oggetto di interesse della disciplina di tutela, è sempre stato molto ampio, comprensivo tanto delle porzioni naturali e selvagge del territorio, quanto del territorio antropizzato, modificato, cioè, dal secolare lavoro dell’uomo), ma è rimasta una costante, su cui si è fondata tutta la legislazione italiana in materia di tutela del paesaggio: da quella del periodo liberale all’articolo 9 della Costituzione, sino ai nostri giorni, finendo con l’essere definitivamente cristallizzata proprio nel vigente codice dei beni culturali e del paesaggio.

L’idea di paesaggio, dunque, è nata già ampia, così come la conosciamo oggi, capace di abbracciare tutto il territorio nel suo aspetto visibile. Oggetto della nozione e, conseguentemente, della normativa di protezione è sempre stato il territorio d’Italia, senza limitazioni, sebbene visto dalla prospettiva del valore culturale, come cercherò di chiarire tra breve.Ciò che invece si è profondamento modificato nel corso degli anni sono stati gli strumenti di tutela, che si sono dovuti progressivamente adattare alle sempre crescenti aggressioni che il territorio ha subito da parte di quella che Edwin Cerio, nel primo Convegno italiano dedicato al paesaggio del 1922 (gli atti sono stati ripubblicati da La Conchiglia, Capri, 1993), definiva «una modernità materialista, meccanica e industriale» e che Natalino Irti, oggi, definirebbe la «tecno-economia».

In altri termini, la nozione di paesaggio che vive nel diritto contemporaneo è ancora quella che è stata mirabilmente cristallizzata nella relazione alla legge Croce, così come efficacemente ribadita anche nel primo convegno italiano sul paesaggio, che si tenne a Capri nel 1922, che si celebrò, verosimilmente non a caso, proprio il giorno in cui questa legge entrava in vigore, il 9 luglio. Come accennato, la nozione di paesaggio è nata con un oggetto illimitato, abbracciando tutto il territorio italiano, ma è sempre stata, tuttavia, allo stesso tempo, specifica e distinguibile dalle altre nozioni (ambiente e urbanistica), che condividono, con il paesaggio, il medesimo oggetto, cioè il territorio .

Ciò in quanto il paesaggio ha da sempre rappresentato un valore culturale. Il paesaggio da tutelare è sempre stato concepito come il territorio espressivo di identità. Il paesaggio, sin dalla prima legislazione dell’Italia liberale, è sempre stato visto non solo come il territorio naturalisticamente inteso, ma anche, e soprattutto, come territorio antropizzato: dai terrazzamenti delle colline fino all’aspetto delle città, ossia l’opera più artificiale dell’uomo. Ecco perché il paesaggio rappresenta, in buona sostanza, tutto il territorio d’Italia, come formatosi attraverso secoli, anzi millenni, di costante interazione tra uomo e natura. Territorio guardato, però, dalla specifica prospettiva del valore culturale che esprime, cioè del contributo che ha dato alla formazione dell’identità culturale italiana nonché delle molteplici e diverse identità culturali locali.

La relazione scritta da Benedetto Croce non lascia adito ad equivoci. Se il paesaggio è espressione del valore culturale esso non solo è comprensivo dell’intero territorio, abbracciando «l’atmosfera in cui [l’uomo] si muove e respira», ma riguarda anche e soprattutto il territorio antropizzato, in cui l’uomo ha lasciato testimonianze di civiltà, cercando di adattare l’ambiente alle esigenze della vita umana:

«Non è da ora, del resto, che si rilevò essere le concezioni dell’uomo il prodotto, oltre che delle condizioni sociali del momento storico, in cui egli è nato, del mondo stesso che lo circonda, della natura lieta o triste in cui vive, del clima, del cielo, dell’atmosfera in cui si muove e respira» (Benedetto Croce, relazione al disegno di legge n. 204 del 1920)..

L’uomo è influenzato dall’ambiente in cui vive e a sua volta lo influenza per adattarlo alle esigenze umane. L’interazione dell’uomo con la natura è creatrice di paesaggio, perché scolpisce sul territorio testimonianze della civiltà umana, che siano relative al costruire, al coltivare, all’allevamento del bestiame, al trascorrere il tempo libero, fin quando l’attività costruttiva non è diventata appannaggio di una tecnica (o meglio di un tecnicismo) e di un sistema economico estranei cultura umanistica, a differenza delle «arti murarie» (E. Cerio, L’architettura rurale della Contrada delle sirene, in Il convegno del paesaggio, 35 e ss.) tradizionali, espressione di moralità e di cultura.

Lo stesso convegno di Capri del 1922, già nel titolo, non solo fa rifermento al concetto di «paesaggio» (non a quello più specifico delle «bellezze naturali», che del paesaggio rappresentano solo una porzione), ma vi unisce esplicitamente «l’architettura» con riferimento, si intende, all’architettura tradizionale. Anzi, nel convegno proprio l’intervento di Edwin Cerio è una difesa dell’architettura tradizionale o «paesana» che era giudicata essa stessa come «un’arte» capace di completare armoniosamente la bellezza della natura, realizzata da maestranze locali che si tramandavo quest’arte costruttiva sin dalla notte dei tempi. Un’architettura che viene pertanto giustamente paragonata agli stessi elementi della natura verso cui si deve dirigere l’attività di conservazione e tutela.

Questo ampio concetto di paesaggio, inteso come natura modellata dall’uomo, è il filo conduttore di tutta la tradizione italiana in materia, che unisce la cultura liberale della conservazione a quella che si è formata negli anni della Repubblica. Per rendersene conto, basta leggere alcuni passaggi di Antonio Cederna:

«Percorriamo con animo vigile una qualunque antica città italiana, un rione romano nell’ansa del Tevere: nell’andamento delle strade, nella misura delle case, nel variare dei livelli, nel taglio delle piazze, nell’aprirsi del cielo fra i tetti, nella proporzione degli spazi, nel rapporto fra uomo e fabbrica, ecc., è dato non solo riscontrare quasi fisicamente la durata della storia e la memoria del tempo: è dato scoprire la sapienza, l’umanità, la civiltà stessa del vivere e del costruire» (A. Cederna, I vandali in casa, Laterza, Roma-Bari, 1956).

Questa armoniosa interazione tra uomo e ambiente, tuttavia, ha cominciato a modificarsi da quando «la sapienza, l’umanità, la civiltà stessa del vivere e del costruire» sono state progressivamente sostituite da una tecnica priva di cultura e da un sistema economico speculativo che annichiliscono l’uomo e la cultura.

È il nesso indissolubile fra uomo, natura e cultura che Benedetto Croce, seguito dalla parte più autorevole e più avvertita della cultura italiana, ha inteso salvaguardare. Difendere il paesaggio significa, infatti, proteggere la natura, la cultura umanistica e, con esse, l’uomo. Non è un caso che questa esigenza sia stata avvertita proprio quando il sistema economico, retto sempre più da spirito di rapina, ha cominciato a disumanizzarsi, perdendo progressivamente di vista la necessità di soddisfare le fondamentali esigenze umane. Una tecnica e un sistema economico che sottomettono l’uomo possono annichilire, con la loro azione devastatrice, ogni traccia di natura e di cultura, finendo col trasformare l’uomo stesso in una macchina inanimata a loro servizio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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