Il "barbatrucco" della pdl di Zanda&Parrini. Un patto ‘costituzionale’ tra il Colle e i partiti

Un ‘patto’ (scritto in Costituzione, quindi ‘costituzionale’, ma anche molto politico), tra l’attuale inquilino del Colle e i maggiori partiti ‘costituzionali’ che toglierebbe Mattarella dall’impaccio di doversi contraddire sul tema (il secco ‘no’ a un secondo mandato), ma che aiuterebbe i partiti a uscire dall’impasse, e cioè di cogliere due piccioni con una fava: ‘tenere’ Draghi a Chigi e Mattarella al Colle

Mattarella saluta (Ansa)
Mattarella saluta (Ansa)

‘Garantire’ a Sergio Mattarella che, ove mai accettasse di dare luogo a quel ‘bis’ – magari solo per due anni (il tempo necessario per arrivare alla fine naturale della legislatura, che scade a febbraio 2023 di accompagnare il Paese a nuove elezioni politiche, a giugno 2023, e nel frattempo garantire la presenza e l’azione del governo Draghi a palazzo Chigi fino ad allora, tra PNRR da chiudere e pandemia da affrontare) – che, da tempo, Mattarella nega, e in modo reciso, di voler accettare, una innovativa legge costituzionale, votata a tamburo battente e con l’accordo di tutti i partiti, che escluderebbe, per il prossimo futuro, la possibilità stessa di un bis, oltre a eliminare, d’imperio, il ‘semestre bianco’, cioè la norma che vieta, negli ultimi sei mesi del mandato presidenziale, di sciogliere le Camere e che crea, al Colle, una incresciosa situazione da ‘anatra zoppa’ che vieta l’esercizio del potere di scioglimento delle Camere, tradizionale ‘arma fine di Mondo’ del presidente.

Cioè proprio quello che Mattarella, sulla scorta di suoi illustri predecessori, Segni e Leone, che ne parlarono rispettivamente nel 1963 e nel 1976, chiede e invoca, come riforma ‘necessitante’. Insomma, un ‘patto’ (scritto in Costituzione, quindi ‘costituzionale’, ma anche molto politico), tra l’attuale inquilino del Colle e i maggiori partiti ‘costituzionali’ presenti oggi nelle Camere che toglierebbe Mattarella dall’impaccio di doversi contraddire, rispetto alle sue più volte ripetute e convinte esternazioni sul tema (il secco ‘no’ a un secondo mandato), ma che aiuterebbe i partiti a uscire dall’impasse, e cioè di cogliere due piccioni con una fava: ‘tenere’ Draghi a Chigi e Mattarella al Colle.
 
Le ‘menti raffinatissime’ dem Parrini&Zanda: un calcolo machiavellico, ma non peregrino… La ‘trovata’ è di due menti dem raffinatissime, l’ex capogruppo del Pd, il senatore Luigi Zanda, e l’attuale presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato, il dem Dario Parrini, è molto semplice, nella sua complessità, e si è già sostanziata in un disegno di legge che il duo Zanda&Parrini ha testé già presentato al Senato.

La nuova pdl Parrini&Zanda

I due negano, e recisamente, che dietro la loro proposta ci sia un calcolo così ‘machiavellico’, ma così è stato tradotta, dal ‘politichese’, la loro nuova pdl. Va detto, infatti, che specie Parrini una ne fa e cento ne pensa, stile Ceccanti alla Camera: ha proposto, nell’ordine, di togliere l’abuso d’ufficio, per le fattispecie meno gravi, ai sindaci; di permettere, sempre ai sindaci, la candidabilità ‘immediata’ e non, come è oggi, sei mesi antecedenti al voto per le elezioni politiche, parificandola a quella dei presidenti di Regione (entrambe le richieste sono arrivate, in via forte e pressante, dall’Anci di Decaro come da Ali, l’associazione dei sindaci progressisti di Ricci, sindaco di Pesaro e frontman dei sindaci dem);  di studiare una legge elettorale – proposta, però, questa, non ancora formalmente depositata, che sia un proporzionale, di base, selezionando la classe politica con il metodo del Provincellum (‘barbatrucco’ che Parrini ha già utilizzato per far approvare, ai tempi, la legge elettorale che regola le elezioni regionali in Toscana), quindi un sistema di base proporzionale, a liste bloccate, ma innestandovi sopra un premio di maggioranza per la lista, o coalizione di liste, che, in un eventuale doppio turno o ballottaggio, assegni un premio di maggioranza corrispondente a non più del 55% dei seggi per chi ottiene, al secondo turno, il 50,1% dei voti (in questo caso, sparring partner è il ‘mago’ di sistemi elettorali Ceccanti).
 
Ma se la pdl elettorale è ancora in mentis Dei, nel senso che - essendo materia assai delicata, la legge elettorale - non è ancora stata depositata, e Letta se le tiene in canna, come ‘cartusciella’, ove mai, ma solo dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato, si aprisse – sempre tra i partiti che compongono l’attuale maggioranza di governo – uno spiraglio per cambiare il Rosatellum, e cioè l’attuale legge elettorale, legge che Lega e FdI, a differenza di FI, non hanno alcuna intenzione di cambiare perché, il Rosatellum, con la sua quota parte di collegi uninominali, conviene a entrambi – la pdl costituzionale che, nel suo combinato disposto, vuole impedire un futuro settennato (ma dopo Mattarella) e cassare, insieme, il semestre bianco, è bella che già depositata. Va solo votata. 

Il ‘calcolo’ potrebbe diventare ‘conveniente’ a molti attori e, anche, ‘obbligare’ il Colle

Un calcolo che potrebbe risultare ‘conveniente’ a molti degli attori che oggi molto si agitano, in vista delle imminenti elezioni al Colle: partiti, di maggioranza come di opposizione, Draghi stesso (volente o nolente che sia) e allo stesso Colle….
 
Perché se è vero che, come è ormai noto alle cronache, Mattarella ‘cerca casa’ (anzi, l’ha già trovata: nel rione Monti di Roma), i suoi consiglieri – tutti, da quelli politici a quelli per la comunicazione, etc – si stanno ‘cercando un lavoro’, dopo sette anni passati al Quirinale, dove hanno svolto in modo inappuntabile il loro compito (da Giovanni Grasso a Gianfranco Astori fino a Claudio Sardo, da Simone Guerrini a Francesco Saverio Garofani il Colle mai, in tanti decenni, ha marciato e lavorato come un preciso, inappuntabile, orologio svizzero), è anche vero che – complice la pandemia di ritorno tra contagi in risalita, Super Green Pass, variante Omicron che già torna ad impazzare , ma soprattutto la complicata fase politica in atto, tra desideri di ‘fuga’ dei principali leader politici verso le urne e incapacità degli stessi leader di saper tenere ‘a bada’ le truppe parlamentari, i famosi peones, sempre più imbizzarriti e furenti, dato che hanno la certezza che molti di loro, 5S in testa, mai più solcheranno il Transatlantico di Montecitorio o i corridoi dei busti del Senato – anche il Colle potrebbe ‘giovarsi’ della proposta.
 
Si dice, infatti - ma qui siamo al ‘refolo’, alla ‘voce dal sen fuggita’, più che al ‘retroscena’, figurarsi se c’è chi ne attesta il livello di ‘notizia’ - che, al Colle più alto, la proposta di legge del duor Zanda&Parrini non è stata letta come uno ‘sbrego’ costituzionale e, tantomeno, come un proditorio ‘attacco’ alla volontà più volte espressa dal Capo dello Stato, quella, appunto, di non voler concedere alcun bis, ma appunto come a una maniera, sopraffina e sgusciante, per uscire dall’angolo in cui Mattarella potrebbe trovarsi.
 
Quello di partiti che, incapaci di trovare un suo degno sostituto tra i mille attuali ‘papabili’ e ‘quirinabili’ (tanto lo sono quanto impallinabili chi per un motivo chi per l’altro: Berlusconi, Gentiloni, Amato, Casini, Casellati, Pera, etc.) quanto riottosi all’idea di spedire Draghi al Colle (parliamoci chiaro: nessuno di loro, checché se ne dica, vuole affidare a Draghi, che già ormai mal sopportano, un tale ‘potere’, lasciandogli le chiavi in mano del Paese per i prossimi sette anni, che dopo un anno non lo ‘reggono’ già più e vogliono liberarsene per tornare a fare i loro ‘comodi’, con una reazione di rigetto identica, mutati smutandi, a quella che ebbero quando a Chigi c’era Monti) farebbero davvero, e non per finta, la stessa – peraltro assai patetica – ‘processione’ che fecero, nel 2015, andando a pietire il bis da Napolitano.

Il bis di Napolitano e il rischio ‘Omicron’

Il quale, a sua volta, aveva detto ‘no e poi no’ al bis, ma dovette acconsentirvi, con gli ‘scatoloni’ ormai pronti per il trasloco, per l’incapacità dei partiti a trovargli un degno successore, votazione dopo votazione, e il rischio caos dentro il Paese. Un rischio che, allora, era solo di cortocircuito politico-istituzionale, ma che, oggi, diventerebbe anche economico-sociale, oltre che sanitario, date le prove – PNRR e pandemia – che incombono.  
 
Del resto, la pandemia – tra risalita dei contagi, Super Green Pass, rischi di nuovi lockdown, pur selettivi, variante Omicron – incombe e spaventa partiti e istituzioni, parti sociali e Borse, urgeva ‘inventarsi’ un barbatrucco, ed eccolo che si è già materializzato, con la pdl Parrini&Zanda.

Il ‘tifo’ del partito degli ex Dc-PPI-Margherita

Si vedrà se, davvero, la proposta potrà marciare, ma ove mai lo facesse lo farà per la gioia infinita dell’intera pattuglia di ex diccì (Tabacci), ex PPI (Castagnetti), ex Margherita (Fioroni e D’Ubaldo, a nome dei ‘popolari’ post-sturziani), della stessa Cei (e, foerse, pure del Vaticano…) e di ex aclisti oggi democrat riformisti (Ceccanti), ma anche di prodiani doc (da Prodi in giù).
 
Tutti costoro, un vero e proprio ‘partito’ trasversale di ex Dc in servizio permanente effettivo (i soli, peraltro, ancora dotati di solida tradizione culturale e politica, e di ottimi studi) tifa, in modo più o meno aperto, per un bis di Mattarella (anche se il buon Ceccanti, e questo va detto, è il solo che lo dice e chiede apertis verbis) come se la cara, vecchia, Balena bianca esistesse ancora e potesse ancora contar qualcosa, al Colle.
 
Al di là dei buoni propositi e delle buone intenzioni – di cui, come si sa – è lastricata la strada per l’Inferno (quello dantesco proprio), certo è che, da quando la proposta di legge è stata annunciata, e, poi, subito depositata, dal duo Zanda&Parrini, se ne parla in modo insistente.

Intanto, della ‘corsa al Colle’ parlano tutti. E da Letta a Berlusconi a Di Maio, Carfagna, etc tutti vogliono tenere Draghi a Chigi, quindi. Certo è che, della corsa al Colle, parlano un po’ tutti, i leader politici. Chi con l’intenzione di ‘correre’ verso urne anticipate, chi a scongiurarle.
 
Luigi Di Maio. Roberto Speranza. Carlo Calenda. Ma anche Silvio Berlusconi e pure Enrico Letta. In un giorno solo parlano, di corsa al Colle, un po’ tutti, e meno male che è pure domenica, come se le votazioni per eleggere il nuovo Capo dello Stato, che si apriranno non prima della metà di gennaio del 2022 (il presidente della Camera, Roberto Fico, manderà la ‘letterina’ di convocazione ai Grandi Elettori durante le Festività, tra Natale e la Befana, ma non troppo presto, dato che Mattarella ‘scade’ il 3 febbraio e, se si eleggesse un suo successore vero con largo anticipo si dovrebbe dimettere subito), si dovessero tenere domani. Come se non ci fosse, per davvero, un domani. La cosa è, oggettivamente, singolare ed ha ragione il segretario del Pd, Enrico Letta, ad alzare il sopracciglio, dicendo che “non si è mai visto discutere del nuovo Capo dello Stato mesi prima del voto, di solito la maturazione di un candidato avviene a due settimane, non due mesi, dal voto”.
 
Letta ha ragione, ma la classe politica italiana ‘nun se tiene’, come si dice a Roma, quindi ‘vai con la sarabanda’. Inizia Silvio Berlusconi che, in una riunione del suo partito a Villa Gernetto di Lesmo, in Brianza, ne parla, pur indirettamente, dicendo che “Saremo i primi a collaborare lealmente all'attività di questo governo, che deve rimanere in carica tutto il tempo necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall'emergenza e si potrà tornare alla naturale alternanza fra due schieramenti in competizione fra loro”. Il messaggio consegnato in bottiglia è chiaro: Draghi resti dov’è, c’è il Covid da affrontare, ma anche: io sono pronto a candidarmi, votatemi, vi garantisco lunga vita, cari peones, Draghi in sella.
 
Il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, rinforza il concetto, ma lo fa esplicitamente: “L’’Italia non può permettersi di perdere Mario Draghi. Anche perché il 2022, al di là delle scelte che la politica farà sul Quirinale, è l’anno in cui si avvierà il dibattito sul nuovo Patto di stabilità” dice alla Festa del quotidiano il Foglio a Firenze, aggiungendo un ‘paterno’ consiglio a Giuseppe Conte, che di lui diffida: “Io spero che la strategia si faccia tutti insieme e ascoltando i gruppi parlamentari. Io sosterrò la linea della leadership, ma la leadership deve ascoltare i parlamentari”. Il pericolo in agguato, cioè, sono i franchi tiratori, fa notare, sagace, Di Maio.

Enrico Letta, che chiede, da tempo, inascoltato, una ‘moratoria’, sul tema del Colle, la prende larga e, sempre alla Festa del Foglio, dice: “Lo so benissimo che il gioco del Quirinale appassiona tutti, il Transatlantico, la politica, i giornali. “Ma se – aggiunge - tutte le tossine del gioco del Colle vengono scatenate sull'attuale agenda politica”. Poi segnala che “ci sono già argomenti delicati a cominciare della gestione della pandemia, il Pnrr e la legge di bilancio. Mi pare che siano argomenti che hanno bisogno di unità. E poi non ho mai visto un presidente della Repubblica scelto due mesi prima dell'elezione, di solito la maturazione avviene a due settimane dal voto”. Poi, però, una traccia Letta la lascia, sul tappeto: “è giusto e utile per tutti continuare a ritenere sempre che il presidente della Repubblica debba essere eletto da una larga maggioranza, come da indicazione dei padri costituenti che hanno indicato anche i sette anni. Ora c'è una maggioranza eccezionalmente larga e sarebbe contraddittorio se la maggioranza che elegge il presidente della Repubblica fosse più piccola di quella che sostiene il governo Draghi”. Si parte, dunque, dalla maggioranza di governo Draghi, casomai ‘allargando’ il discorso all’opposizione, anche perché Letta, con la Meloni, vuole tenere, ed ha già un canale privilegiato, vuole includerla.

Ieri la leader di FdI non ha parlato di Quirinale, ma un 'piano B' rispetto alla eventuale candidatura di Berlusconi lo chiede il suo partito con il Governatore dell’Abruzzo Marco Marsilio: “L'unica condizione che ha posto il mio partito, correttamente, è se esiste un piano B. Cioè, se non c'è la condizione per eleggere Berlusconi al Quirinale, dobbiamo scegliere tutti insieme quale sarà il candidato al Colle”. E ‘tutti insieme’ vuol dire ‘anche’ con il Pd, M5s, etc etc.
 
Ma Letta lo bacchetta il leader di Azione civile, Carlo Calenda, con il suo solito tono tranchant: “Sbaglia Letta quando dice non si discute del Quirinale due mesi prima. Certo, questo si fa quando non c'è la questione di un premier che può andare al Quirinale. Ma l'idea di sostituire Draghi con Daniele Franco non tiene mezza giornata, perché i partiti se lo mangiano a colazione e si va a votare a ottobre, quando abbiamo a luglio la scadenza della verifica del Pnrr sui soldi spesi, una pandemia non definita. Dobbiamo andare tutti in processione da Draghi e chiedergli di restare dov’è”. Sottotesto: e poi in processione da Mattarella per fare la stessa cosa.
 
Per la ministra al Sud, Mara Carfagna (FI), invece, “è sbagliato usare il Quirinale per ottenere elezioni anticipate. Qualcuno credo che coltivi questo pensiero: forse il Pd, che pensa così di avare gruppi parlamentari più gestibili, ma anche Salvini e Meloni. Motivazioni risibili per un paese stremato dalla pandemia e che ora intravede la ripresa e lo sviluppo”, chiude la ministra azzurra, che non manca di dare l’ennesimo dispiacere al ‘povero’ Cavaliere, dicendogli che “sarebbe bello avere una donna”, al Quirinale (e Berlusconi, a 80 anni, non lo è…), cioè la stessa ‘brillante’ idea venuta all’ex premier Massimo D’Alema, che a sua volta ha parlato dell’ora di “una donna al Colle”, dove pare voglia sponsorizzare la sua ex ministra, una vita nel Pci-Pds-Ds-Pd, Anna Finocchiaro.  
 
Invece, il ministro alla Salute, Roberto Speranza (LeU), si mette in scia di Letta e si auspica che, “per l'elezione del Presidente della Repubblica, si lavori nella direzione di un campo condiviso. La Costituzione richiede di trovare il più largo ambito di forze possibile e non si può che partire da questa indicazione. Oggi vedo tanto retroscena intorno, ma la discussione vera si aprirà a gennaio” dice sempre alla V edizione della Festa dell'Ottimismo, evento organizzato dal Foglio nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. Speranza poi aggiunge che “Bisogna trovare una persona che possa essere capace di esprimere l'unità del Paese, la figura del presidente della Repubblica è sempre importante e lo è ancora di più in questo momento storico”. Lo stesso concetto di Letta.

Tutti d'accordo, insomma, per una volta: Draghi deve restare esattamente dov'è, a Palazzo Chigi, a fare le riforme e gestire il Pnrr, uscendo subito dal toto-Quirinale che impazza, assai pericoloso.

E se Mario Monti, altro ex premier, scherza sull'aver ceduto a Draghi il titolo di 'Supermario', e spera che in ogni scelta (come è stato per lui) prevalga l'interesse nazionale (tradotto: resti dov’è), anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi pensa che “non possiamo permetterci un'incertezza politica”. A Bruxelles la pensano allo stesso modo: vogliono tenere Draghi a Chigi. Ma a ministra renziana Elena Bonetti promette che “anche stavolta Renzi farà sognare il Paese”. Ecco, solo in questo caso tutto potrebbe andare a ramengo: stavolta, Renzi, ogni cosa che tocca diventa l’esatto contrario dell’oro-gold standard. Vero Re Mida all’incontrario, meglio stia fermo.